Il bisogno, la piramide di Maslow

Uno dei “compiti” che mi piace dare ai miei clienti è “Da domani, ogni mattina, appena sveglio, chiediti di cosa hai bisogno, e poi fallo”.

La loro reazione è di solito piuttosto perplessa, e questo per diversi motivi.

Intanto pensano di non meritarsi un tale lusso, soprattutto le donne (rispondere ad un loro bisogno sembra togliere qualcosa ai membri della loro famiglia e soprattutto ai figli).

Hanno poi spesso la convinzione che per migliorare la propria vita occorra operare un vera e propria rivoluzione.

Identificano la parola “bisogno” con un qualcosa di enorme e pericoloso (io di solito li rassicuro garantendo che è molto più probabile che sentano bisogno di una pizza che di mollare tutto e partire per l’Africa con Medici Senza Frontiere).

Ma la perplessità più grande la vivono nel momento in cui si rendono conto di non avere nessuna idea di quali siano i loro bisogni.maslow

Per molti la piramide dei bisogni (vd Maslow 1908-1970) si ferma appena al secondo step.

La convinzione è che soddisfacendo i propri bisogni fisiologici (mangiare, bere, dormire ecc…) e di sicurezza (abitazione, stipendio ecc…) il più sia fatto e ci si possa tutt’al più spendere un po’ per coltivare amicizie e relazioni sentimentali e sessuali (terzo scalino).

Il problema è che, soddisfatti questi primi bisogni ci si ritrova a desiderare qualcosa d’altro, qualcosa di meno tangibile e di più etereo, qualcosa a cui non riusciamo a dare un nome.

Non siamo infatti abituati ad ascoltarci.

Per citare Jacopo Fo : “Ci sono persone che non si accorgono di stare male finché non stanno malissimo”.

Non sentiamo, o ignoriamo, i bisogni del corpo (“Non posso mangiare adesso, devo finire questo lavoro”, “Non posso andare in bagno ora, sono in ritardo per il parrucchiere” ecc…).

Figurarsi con  quelli dell’anima, che oltretutto sono anche di difficile identificazione.

La sensazione di malessere è data sia dalla mancata soddisfazione del bisogno (che non riconosciamo e dunque non siamo in grado di accontentare) sia dal senso di colpa che questo stesso malessere provoca.

Viviamo in una società che dà molta importanza a ciò che di materiale compone la nostra vita (denaro, oggetti, auto e vestiti). Releghiamo la sfera delle soddisfazioni emotive (ma anche etiche) nella sfera del “di più” o addirittura del superfluo e del frivolo.

“Di che ti lamenti? Hai una bella casa, un buon lavoro e un buon matrimonio, pensa a chi muore di fame!”. E siccome tu di fame non muori, se senti che nella tua vita manca qualcosa sei un ingrato, da qui il senso di colpa.

La cultura cattolica (anche se non si pratica viviamo comunque immersi in quella forma mentis) del nostro paese non aiuta in questo senso, facendo della privazione e della sofferenza un vero e proprio valore

Chi soffre fame e freddo è senza ombra di dubbio un uomo migliore di te che hai casa e soldi, del resto è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli.

Ciò che occorre fare, dunque, per lavorare sulla soddisfazione dei bisogni si sviluppa su due fronti:

  • il riconoscimento dei propri bisogni (ed in questo aiutano molto sia la bioenergetica che la meditazione, che mettono in contatto corpo e mente)
  • il convincimento che sia possibile e soprattutto giusto pretendere una vita piena, di meritare la soddisfazione dei propri bisogni meno terreni, per tornare a Maslow: l’autorealizzazione, l’ottenimento della stima altrui, l’espressione della propria creatività.

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